La storia delle mie uova

Da bambina trascorrevo molto tempo nelle campagne.

Mia nonna viveva una vita semplice, autentica, fatta di animali, silenzi e gesti antichi.

 Ricordo ancora la sua cucina.

Il profumo.

La luce che entrava piano dalle finestre.

E quella gallina che teneva spesso sul grembo, come fosse un animale domestico qualunque.

Per me, bambina, era una cosa stranissima e meravigliosa insieme.

 Diceva che era la sua preferita.

 La seguivo nel pollaio, tra paglia, terra e rumori leggeri.

E lì accadeva una piccola magia quotidiana: trovare le uova.

Perfette. Calde. Fragili. Preziose.

Le prendevamo con cura, quasi con rispetto.

Poi arrivava il momento dello zabaglione.

Mia nonna rompeva le uova, aggiungeva zucchero e iniziava a montare lentamente quella crema dorata mentre raccontava storie incredibili.

Noi bambini eravamo tanti, seduti attorno a lei, incantati.

Ci imboccava uno per uno.

Io ero una bambina piuttosto schizzinosa con il cibo.

Ma allo zabaglione della nonna non si poteva dire di no.

Forse perché non era soltanto un dolce.

 Era calore. Era amore raccontato attraverso un gesto semplice.

 E forse è proprio lì che tutto è iniziato.

 La mia curiosità per l’uovo.

Per la sua forma perfetta.

Per il suo simbolismo.

Per quella fragilità che custodisce la vita.

Oggi, quando fotografo le mie uova, sento che quel mondo è ancora qui.

 Dentro ogni immagine c’è un ricordo.

C’è la mia infanzia.

C’è la meraviglia di una bambina che osservava la vita nascere nelle cose più semplici.